Oggi problema, ieri? Risorsa! Le talpe

Attenzione: non è mia intenzione farlo, ma trattandosi del racconto di un’usanza che prevedeva cattura e uccisione di animali, questo post potrebbe urtare la sensibilità di qualcuno.

Nel 1922 prende in Italia il potere il Fascismo e dopo un’iniziale politica economica di stampo liberale inizia ad instaurarsi nel “credo” nazionale il principio dell’autarchia che, in sostanza, prevede la totale autonomia e autoproduzione di uno Stato.

La “battaglia del grano” fu una delle prime iniziative in tal senso appoggiate da Mussolini. Lanciata il 4 luglio del 1925 essa tendeva a incrementare la produzione nazionale di cereali fino all’autosufficienza.

Anche il decreto Legge del 14 gennaio del 1929 ha finalità simili: tutte le pubbliche amministrazioni devono acquistare solo prodotti nazionali, anche se fuori mercato.


Il 24 Settembre 1931 poi, i già onerosi dazi doganali, vengono ulteriormente innalzati. Ma è nel 1936 che Mussolini, all’Assemblea Nazionale delle Corporazioni, esaspera i toni e conferma l’assoluta scelta autarchica come risposta alle sanzioni del 3 novembre 1935 della Società delle Nazioni che vietava all’Italia l’esportazione dei suoi prodotti e il commercio di armi dopo l’invasione dell’Etiopia (2 ottobre 1935). In quell’occasione Mussolini comunicò l’obiettivo di “realizzare nel più breve termine possibile il massimo possibile di autonomia nella vita economica della Nazione”, per raggiungere una reale “autonomia politica” e “liberarsi nella misura più larga possibile delle servitù straniere”. Da quel momento l’autarchia diventa l’asse portante delle politiche economiche italiane.

La penuria di materie prime che si determina in questo clima di chiusura ha, tra gli effetti secondari, la riscoperta di antiche tecniche per l’approvvigionamento di beni.

Tra queste c’è la caccia alla talpa.

In alcuni testi si legge dell’usanza settecentesca di usarne la pelliccia per la creazione di accessori estetici in voga tra le dame veneziane (sopracciglia e nevi).

Così, oltre che a liberare i campi da un animale infestante, i cacciatori di talpe potevano accedere al mercato della moda. Nascono così i “topinarai”, persone esperte nella raccolta, nella conciatura e nell’essiccazione delle pellicce di questi mammiferi sotterranei.

Anche a Stellata, il paese dove vivo, stando ai racconti dei suoi abitanti, c’era chi si occupava in questa attività – magari come secondo lavoro – fino agli anni ’50.

Nei mesi tra marzo e ottobre, i più adatti per l’ancora fitto e folto manto invernale delle talpe, gli uomini partivano il mattino presto verso i luoghi di caccia con tutti gli strumenti del mestiere (trappole, forbici e sacchi). L’esperienza nell’osservazione era indispensabile per capire in quali gallerie posizionare le trappole.

I meccanismi erano semplici: piccoli congegni costituiti da legnetti, fil di ferro e molla.

I campi più adatti erano quelli coltivati ad erba medica, specialmente se vicini a rigagnoli d’acqua.

Armate le trappole, i cacciatori tornavano soltanto il giorno dopo a controllare se la caccia fosse stata fruttifera o no. A cattura avvenuta, i topinarai scuoiavano le talpe con le forbici con un taglio netto dal muso alla coda.

La pelle veniva inchiodata e tesa a un telaio e lasciata essiccare.

Le pellicce pronte erano gelosamente conservate in un’apposita valigia semiaperta sotto il letto, in attesa della vendita. Solitamente piazzate a lotti di cinquanta pezzi, il loro valore variava – a seconda della qualità – da alcuni centesimi a svariate centinaia di lire.

Una curiosità: se ho interpretato bene un testo di agraria del 1832, la “tupinara” o “topinara” non indica la talpa, ma il cumulo di terra che rende riconoscibile il complesso sistema sotterraneo di gallerie scavate da questo piccolo mammifero.

© Michele Zanconato

Fonti:

  • Il cacciatore di talpe – http://www.fungoceva.it
  • Cacciatori di talpe
  • Nuova agricoltura e pratica Vol. 29/30 1832
  • Dizionario Treccani

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